A te che hai avuto il coraggio di amarmi

A te che hai avuto il coraggio di amarmi

Troppo spesso dimentichiamo di prenderci cura della nostra anima, posticipando la semina di stagione in stagione, fino a quando un giorno la ritroviamo arida, incapace di sopravvivere alla siccità e tanto meno di partorire quei frutti che rendono la vita degna di essere vissuta.
Ognuno ha i suoi modi per obbligarsi a prendersi cura di sé stesso, grazie al tempo e al silenzio, e da tanti anni ormai ho compreso che il mio modo per farlo è scrivere.
Ho deciso, quindi, da quest’anno, di segnare questo percorso, fatto di stagioni, ma soprattutto di volti, dedicando ogni mese del tempo per scrivere dell’amore ad una persona che amo, e così ringraziala per il modo in cui troppe volte, senza neanche accorgersene, mi ha salvato da me stesso.

Questo è il mio modo di dirti grazie, perché niente di più prezioso all’inchiostro su questa pagina posso donarti.
A te dedico aprile, il mese in cui i fiori, dopo la pioggia, si concedono al sole.

L’Amore, quello vero, non l’incanto di un momento, o le promesse che hanno bisogno di un contratto, non può non venire ricambiato.

Non si tratta di una tesi metafisica, non c’è una prova ontologica o un “così volevasi dimostrare”, c’è soltanto una profonda fede che, in quanto tale, non può e non deve venire corroborata da dati e analisi, ma che, al contrario, deve ergersi unicamente sull’autenticità del proprio sentire.

E che cosa c’è di più autentico di scegliere di Amare qualcuno senza sapere se a tale appello seguirà una risposta?

Perché scegliere di Amare è, innanzitutto, questo: un appello pronunciato nel silenzio. Le parole arrivano dopo, in un secondo momento: c’è prima uno sguardo che si appoggia su un volto, c’è prima l’attenzione che cerca il suono di una voce, c’è prima la pelle che trema allo sfiorare di un tocco. Questi dettagli, per chi li nota, sono le coordinate di una bellezza inesauribile, sempre nuova, così rara da chiedere di essere protetta.

Nella scelta che pronuncia le parole “Io ti Amo” è implicita la sua stessa condizione di esistenza: tu ci devi essere affinché io ti ami e la ragione di questa scelta risiede proprio nel fatto che tu puoi venire a mancare.

Al contempo, però, questo scegliere di Amare è esso stesso qualcosa di così raro che, a sua volta, chiede di essere protetto, e così il movimento che da me rimanda a te presuppone un secondo movimento che da te rimanda a me: è una dinamica necessaria il cui esito, però, deve essere contingente.

Se così non fosse, l’Amore verrebbe estirpato del suo valore.

Dove non osa spingersi la logica, infatti, deve arrivare la fede: non potremmo credere in nulla se noi sapessimo come le cose sono state, stanno e staranno, invece, proprio perché questo non accade noi speriamo, e rendendo le nostre speranze degne delle aspettative che in esse riponiamo, creiamo i presupposti perché esse si avverino.

Proprio, in questo senso, io scelgo di credere che l’Amore non possa non venire ricambiato, e nel farlo, io innalzo lo sguardo, l’attenzione, il tocco a quella bellezza che credo non possa venire ignorata, cosicché io stesso non la ignori, rendendola presente al mio sguardo ogni volta che riaffermo la mia fede.

Così è stato per me, per te, per noi.

Prima che io ne avessi il coraggio, tu hai scelto di Amarmi, nascondendo il tuo Amore nel silenzio dell’imbarazzo e della timidezza. Per quella scelta hai sopportato la sofferenza dell’anonimato, dello sguardo che nello specchio non si vedere riflesso, portando su di te il peso di quella situazione di assoluta disparità in cui io stesso ti ponevo. E, nonostante ciò, tu hai continuato a guardare i miei occhi, ad attendere l’istante in cui avrebbero incrociato i tuoi e finalmente in essi si sarebbero riconosciuti, e tu hai aspettato, fin troppo, nella straziante insondabilità del caso, fino al giorno in cui quella sofferenza ha trovato il suo senso ponendo fine alla tua attesa.

Dopo quell’istante tutto tra di noi è cambiato, e tutt’ora continua a cambiare in virtù di ciò che in quel momento è accaduto, o meglio deve essere accaduto.

Come spesso accade, infatti, gli eventi più importanti abitano la coscienza solo a distanza di tempo e sempre in modo indiretto: se ne percepiscono le conseguenze, gli effetti che hanno prodotto in noi, e a partire da essi tentiamo di risalire alla causa da cui sono scaturiti, è un processo euristico che non mette a capo un risultato preciso ma soltanto l’indicazione di un luogo, di un momento. Si è trattato di un contatto così veloce da risultare impercettibile, a tal punto che nessuno di noi due sarebbe in grado di conferire a quel momento una precisa collocazione nel tempo, eppure entrambi siamo certi che quel momento c’è stato, perché ancora adesso, ogni volta, ripetiamo e ricerchiamo quel primo incontro.

Da quel giorno, da quell’ora, da quel minuto, da quel secondo non ti ho mai più guardato con gli occhi di un tempo, non tanto perché io sia cambiato, ma perché un tempo con quegli occhi non ti avevo mai guardato: ti sfioravo con la vista, relegandoti al mio orizzonte periferico, condannandoti a rimanere sfocata, priva di un’identità. Adesso, invece, non riesco a staccare gli occhi dai tuoi, a tenere le mie mani al di fuori delle tue, perché nell’apparente finitezza che la loro superfice esibisce ho trovato lo specchio in cui vedere rifranto l’infinito che noi siamo.

Senza volerlo, in quel primo frammento di noi, mi hai reso partecipe del segreto della bellezza, quella che è perennemente davanti ai nostri occhi, senza che noi ce ne accorgiamo.

D’altronde, se tu che, nella tua infinita bellezza, sei per così tanto tempo rimasta inosservata, nonostante da sempre mi fossi vicina, chissà quante altre cose, ineffabili ciascuna a suo modo, ho ora davanti a me senza che io le riesca a contemplare?

Facendomi dono di questa domanda, mi hai insegnato che la bellezza è innanzitutto nel nostro sguardo, nella delicatezza con cui si posa su tutte le cose, indiscriminatamente, come se tutte fossero estremamente fragili allo stesso modo, perché è in quel tocco leggero che si concede la bellezza nascosta ogni dove, sottile come un sussurro, talmente effimera da potersi ascoltare soltanto nel silenzio di una carezza.

Tutta le volte che ci siamo tenuti in un abbraccio, cercando di circoscrivere in quel perimetro le nostre due anime, facendole combaciare a nostro modo, nonostante le incongruenze e gli spazi vuoti, non abbiamo fatto altro che provare a noi stessi che l’Amore non si corrisponde nel destino che separa due corpi alla nascita, ma nella scelta che a prescindere dal fato decide i corpi nello sguardo, e cioè li recide, li ritaglia, rendendoli ciò che non avrebbero dovuto essere, un unico.

Il destino è necessità, mentre la bellezza è contingenza: non c’è spazio per noi che guardiamo laddove ogni cosa è esattamente nel posto in cui deve essere.

Invece, è proprio ciò che sulla carta non è contemplato, nei conti dei matematici e nelle previsioni degli astrologi, ciò non dovrebbe mai essere eppure è, a recare in sé quella bellezza che non chiede ostentazione: il fiore che nasce nell’asfalto, la nuvola da sola nel cielo, il rumore della pioggia tra gli alberi e gli uccelli che danzano all’imbrunire. Nessuna di queste cose di per sé va contro l’ordine del mondo, e al contempo tutte lo contrastano allo stesso modo: ciò che cambia è lo sguardo con cui le guardiamo. La bellezza, d’altronde, non abita l’universo davanti ai nostri occhi ma quello che nei nostri occhi si rispecchia, il luogo in cui non vi è separazione tra soggetto e oggetto, tra io e tu, ma vi è soltanto un assieme, un noi.

Ecco perché se Amare è scegliere di stare nella bellezza di un Altro, e cioè, attraverso il proprio sguardo, rendere la sua necessità contingente, allora l’Amore, quello vero, non può non venire ricambiato.

Ogni nostro abbraccio non è altro che la nostra dimostrazione di questa tesi indimostrabile.

A volte, tra le tue braccia, sono colto dall’angoscia di quel se, il se di “se noi non fossimo stati”, di “se non l’avessi guardata”, di “se non ci avessero fatto incontrare”, e in te troppo spesso ho cercato le risposte che mettano a tacere queste voci, ma tu sei sempre rimasta muta, obbligandomi ad ascoltare quello che non voglio sentire: il silenzio è un apparente assenza di suoni che per chi impara ad abitarla si dissolve nel rumore di due cuori che battono all’unisono, di due respiri che si fanno uno, di due mani che si cercano al buio. In questa assenza, in questo vuoto che ci consente di muoverci, nella mancanza di luce che rende indipendenti i nostri sguardi, risiede la risposta a quell’angoscia che fa battere i nostri cuori, che nel nostro abbraccio li porta, di volta in volta, ad essere sempre più vicini, a toccarsi per poco e di sfuggita, perché se non ci fossero quei se da cui dipende il nostro tutto, a noi non rimarrebbe che il nulla in mano, nient’altro che la desolazione e l’aridità di una scelta che non poteva che essere presa. Tra le nostre mani, invece, c’è l’infinito a cui ogni nostro instante assieme rimanda, quell’inesauribile fonte di bellezza di cui tu stessa mi hai reso partecipe, facendotene portatrice, il giorno in cui hai scelto di Amarmi.

E di questo ti sarò per sempre debitore,

Il tuo,

Andrea

Pelicula

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